Diario di Viaggio: Venezia e la Biennale

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Rieccomi a scrivere. Tra uno spostamento e l’altro ho un po’ perso il ritmo, troppi stimoli, riflessioni. Da qualche giorno mi trovo ai Campi di Borla, una fattoria didattica meravigliosa, in mezzo alle colline, tra gli ultimi baluardi di un modo di vivere umano e naturale. Ma questo sarà argomento del prossimo post.

Prima di arrivare qui sono stato a Venezia, dalla mia amica ed ex compagna di Brera, Anabel Ciliberti, artista, pittrice, attrice, regista. Grazie alla sua disponibilità ho potuto godermi Venezia per una settimana.

Del turismo e il consumo dei luoghi

Alcune riflessioni su Venezia. È una città indubbiamente caratteristica, esteticamente spettacolare. Mi è piaciuto soprattutto constatare che le case, colorate, non superano i 4 piani. Un sollievo per chi come me è cresciuto in mezzo a grigi palazzoni di 8 piani stile alveare. Spostarsi in vaporetto poi ha un fascino che non si più descrivere, soprattutto al mattino presto, quando la laguna è calma e viaggiano solo poche barche. I luoghi senza dubbio più vivibili e speciali sono le isole di Burano e Torcello. In particolare il Torcello è un luogo estremamente pacifico, l’unico in cui si possa udire il silenzi in tutta la città.

Purtroppo Venezia e la nutrita popolazione turistica che la frequenta, mi hanno anche dato prova di ciò che racconta Tiziano Terzani nel libro “Un indovino mi disse…”, cioè che i luoghi hanno un’anima, e quel’anima è ormai divenuta oggetto di consumo quasi in tutto il mondo proprio a causa del turismo. Girando per Venezia vedevo persone di ogni nazionalità girare confusamente, fotografando palazzi, monumenti, negozi, piccioni…. Gruppi di oltre cento turisti trainati da un unica guida sotto il sole cocente, gli unici italiani (spesso nemmeno veneziani) erano lo staff dei vaporetti. Venezia tuttavia non sembrava invasa da una forza straniera, anzi, sembrava progettata per contenere e ospitare tutto questo delirio consumistico. A testimoniarlo un semplice fatto: una fontanella per l’acqua nel raggio di chilometri, decine di bar e baracchini, bidoni della spazzatura che esplodevano di bottigliette e bicchieri di plastica. Turisti all’interno delle chiese che si aggiravano come al lunapark, con pochi miseri fedeli in preghiera. Purtroppo Terzani aveva ragione, il turismo è una manna per l’economia, ma un cancro per l’umanità. Una città un tempo potente e orgogliosa ridotta a un oggetto di consumo come gli altri, i suoi simboli trasformati in souvenir, le sue tradizioni diventate spettacoli di intrattenimento.

Vedere tutto questo mi ha ricordato perché sono in viaggio e cosa sto cercando: esperienze reali, vita vissuta, crescita, e non turismo. Viaggiare in aereo, alloggiare in albergo e passare il giorno a scattare foto senza nemmeno guardare coi propri occhi le cose, semplicemente è follia. Quello che serve alle persone sono esattamente le cose che abbiamo ora, disillusione, caos, imprevisti, non confort. La difficoltà è ciò che ci spinge, se lo vogliamo, a prendere consapevolezza della nostra forza e magari cambiare davvero le cose!

Sulla Biennale

La Biennale è come Venezia, ricca di stimoli, con un grande potenziale, purtroppo mal utilizzato. Ci sono tre luoghi in cui gustare la Biennale: i Giardini, l’Arsenale e tutto il resto della città dove sono state allestire mostre a ingresso libero come “eventi collaterali”. Il tema della Biennale, “All the world’s future”, è stato seguito solo in parte. All’Arsenale la totalità dei paesi, compreso l’Italia, hanno preferito usare il proprio padiglione per autocelebrarsi, per giunta spesso in modo pacchiano. Solo gli Emirati Arabi, pur facendosi pubblicità, hanno comunque da spazio ad un gran numero di artisti di qualità, dimostrando un recupero delle forme tradizionali della loro cultura, fuse in ricerche ispirate all’arte dell’ultimo secolo. Pur non essendo innovativi, la qualità è alta.

Il padiglione Italia ha apertamente un tema tutto suo: Codice Italia, “in principio era l’immagine”. L’idea era di creare una mostra che mettesse in dialogo la tradizione storico artistica italiana con le ricerche più contemporanee. Noi italiani dovremmo scrollarci di dosso il peso della “storia” perché non sappiamo rapportarci ad essa. Quando si parla di “dialogo con la storia” abbiamo sempre un senso di inferiorità verso il passato, come se oggi fosse l’inferno, il futuro non possa riservare nulla di meglio e il passato celi una sorta di età dell’oro irripetibile. Come se l’Italia non sfornasse più individui creativi, geniali, innovatori… Inoltre, tranne poche eccezioni come Samorì, il dialogo con la storia non c’è nel padiglione Italia. La qualità è comunque alta perché espongono mostri sacri come Mimmo Paladino, la Beecroft e, già che c’era, anche Kounellis, che italiano non è ma visto che vive a Roma “facciamo finta che…”.

I Giardini invece sono la parte migliore per la location, l’aderenza al tema e la qualità espressa dagli artisti. I padiglioni migliori sono, secondo me, Olanda, Ungheria, Svizzera, Romania e Australia. L’edificio centrale ospita opere meravigliose, tutte capaci di far riflettere sul rapporto tra uomo e natura, sulla conflittualità, l’interdipendenza e la necessità di un cambiamento. A volte prevale la critica, altre la speranza. Unica nota stonata, il padiglione della Gran Bretagna, che può riassumersi in “grandi uomini gialli con cazzi enormi”. L’esposizione dei Giardini mi ha dato speranza, perché dimostra come il tema ambientale sia presente e in qualche modo sentito, anche nel “mondo ufficiale”, il che significa che è un argomento caldo sul quale c’è interesse e quindi possibilità di ottenere davvero dei cambiamenti se si spinge con la giusta forza. Anche come artista mi ha fatto piacere sapere che non sono l’unico, ma che pezzi grossi come Joan Jonas parlano di questioni che mi interessano. Ho potuto, e come me potranno molti altri, trovare ispirazione e sostegno nelle opere della Biennale, nonostante tutto.

Insospettabilmente belli sono gli “eventi collaterali”, vi consiglio di cercarli in giro per la città ed esplorarli, giusto per rendere la cosa più divertente! 🙂

 

Venezia è il simbolo di un paese senza più identità

Sempre che l’Italia abbia mai avuto un’identità. Da qualche tempo mi sta uscendo un’insospettabile affetto verso il mio paese, ma non parlo di patriottismo. Mi rendo solo conto che dalle Alpi in giù, pur con tutte le differenze culturali, personali, civili, siamo un popolo. Anzi, siamo IL POPOLO, quello da cui è partito il meglio e il peggio della storia. Abbiamo generato la meraviglia culturale dell’impero Romano, ma anche la sua corruzione e l’oppressione della Chiesa con le Crociate e l’Inquisizione. Siamo stati artefici del Rinascimento, delle Università, dei primi moti per l’istituzione delle Accademie di Belle Arti, ma abbiamo anche creato il fascismo e la mafia. Grandi intellettuali come Beccaria, e grandi scemi come l’intera classe politica degli ultimi 20 anni. Possediamo il 70% del patrimonio culturale e di biodiversità del mondo intero, pur occupando una superficie territoriale minuscola. Voler proteggere qualcosa di bello che casualmente si trova nel territorio in cui sei nato non è patriottismo, ma buon senso.

Venezia è una città piena di storia, di vita, di potenziale, oggi integralmente sacrificato sull’altare del mercato attraverso il turismo. I veneziani non sono felici di questo, ma come tanti altri popoli non sanno più cosa fare, si adattano, anche perché l’economia cittadina si regge su queste orde di parassiti che quasi tutto l’anno li invadono.

Voi che pensate di tutto questo? Il turismo, l’economia capitalistica sono il solo modo che l’Italia ha per rilanciarsi? Parliamone.
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